Che cos’è una donna? Che cos’è un uomo?

Che cos’è una donna? Che cos’è un uomo?

Questa è la domanda di partenza per ogni discussione, perché abbia efficacia l’azione di aiuto.
“Un uomo è qualche cosa di più del corpo che possiede, del lavoro che fa, della posizione sociale che occupa.
E una donna è qualcosa di più dell’essere madre, dell’avere del fascino o dello svolgere un certo lavoro”.

Queste affermazioni dello studioso Rollo May,  si avvicinano incredibilmente ad altre affermazioni del noto architetto – pure lui  statunitense –  Louis Kahn, solo che il grande progettista parlava – metaforicamente – del “mattone”.

E la metafora è sconvolgente, perché chi di noi penserebbe di confrontarsi con un mattone?

Chi penserebbe che il mattone ha uno scopo? O una personalità?

Un mattone, che potrebbe farci appunto da specchio.

Infatti:

“Un mattone vuol essere qualcosa. Ha aspirazioni. Anche un comune, ordinario mattone vuole essere di più di ciò che è. Vuol essere qualcosa di meglio di ciò che è. E’ questo che dobbiamo sentire anche noi.”  (dal film “Proposta indecente”).

Ecco il link con la scena tratta dal film:

Ciascuno di noi può essere più di un semplice mattone …

Lascia un commento

Archiviato in Pièces de vie

Esiste oggi il futuro?

“Vivete soltanto nel presente, non nel futuro.

Fate del vostro meglio oggi, non aspettate domani”

(Anonimo)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi e molto altro

Aiutare è un’arte

Aiutare è un’arte

riflessioni e note autobiografiche agosto 2012

Si è un’arte.
Nel mio lavoro ho sempre affrontato il tema dell’aiuto, più o meno consapevolmente.
Io lavoro in banca dal 1980. Mi sono laureato nel 1983 con una tesi in “Economia bancaria”.
Dico questo perché ai quei tempi sia nella pratica, ho iniziato come impiegato all’ufficio depositi, sia nella teoria, all’università il professore titolare di cattedra e docente di Tecnica bancaria (prof. Rossignoli) ad un appello d’esami mi ha chiesto cosa fosse più conveniente come investimento, fare banca significava quello.
Quello? Si raccogliere soldi e impiegarli ottenendone un prezzo. Anche all’università l’orizzonte si fermava lì. Non dico che l’essenza non fosse quella. Parliamo di una tipologia d’azienda ben definita, che se avesse continuato a vivere quella tipologia forse non avremmo avuto tante crisi finanziarie.
Ora che ci penso mi viene da sorridere se penso che discutendo la tesi all’esame finale, mi fu fatta sempre la stessa richiesta da un chiarissimo docente di Economia aziendale ora scomparso (prof. Ardemani).
Detto questo, nella pratica di tutti i giorni, cercando di raccapezzarmi tra tassi, libretti, ammortamenti, versamenti e prelievi, quello che mi saltava all’occhio in ogni momento era il bisogno espresso delle persone, spesso anziane o ignoranti, di capire, farsi spiegare, essere tranquillizzate, al tempo sul compimento delle loro operazioni, non sul rischio degli investimenti.
Da parte mia, ma comunque ne avevo abbastanza per me, per non annegare nelle procedure al tempo molto manuali, non c’erano ancora i computer, mi pareva importante il mio ruolo e quello egli altri colleghi al fine di dare consigli, dare orientamenti, fare una parola accompagnata dal sorriso.
In effetti a quei tempi probabilmente lo scopo preponderante era quello dell’accoglienza.
Mi pareva fosse questo a fare la differenza.
Ma non era previsto, era una cosa in più. Serviva essere veloci e finire entro l’orario per poter andare nel proprio campo di libertà.
Eppure – mi dicevo – se le migliori ore della giornata le passo qui, in frontiera, come posso spingere, potendo farlo, sull’acceleratore affinché la giornata finisca prima?
Non ho mai trovato un senso in tutto questo.
Ho sempre pensato, e lo penso oggi, che la cosa più importante fosse vivere bene quel tempo che non sarebbe più ritornato.
Amando quello che si faceva e dandogli uno scopo.
La pragmatica attività aziendale si fondava per me sull’incrocio di tante relazioni umane, da cui scaturiva tutto il resto.
E una maniera nobile era quella di ascoltare, consigliare e guidare.
Oggi tali modalità vengono richieste dal datore di lavoro. In molti casi gli indici del percepito della clientela in termini di soddisfazione del servizio vengono considerati alla stessa stregua degli indici commerciali.
Quindi diventa importante verbalizzare gli atteggiamenti.
Ciò vale, che sia verbalizzato o no, in tutti gli ambiti professionali o che abbiano a che fare con il pubblico.
Intrattenere e consigliare gli altri, sia nel religioso, nell’ospedaliero, nello scolastico, richiede una profonda empatia, la conoscenza delle varie dimensione della persona umana, la capacità di rispettare e accettare gli altri staccando dai facili moralismi, l’umiltà di non imporre sé stessi e le proprie vision.
Se ci si vuole dedicare veramente all’aiuto degli altri, occorre prepararsi adeguatamente, costruirsi delle strutture solide.
Serve soprattutto metterci la passione che contraddistingue un artista.
L’amico Mario quando fonde il metallo e crea una sua opera in ferro, prima di procedere la vede già finita, non si muove casualmente, producendo quel risultato che verrà a seconda delle martellate.
Chi mette passione nell’aiuto alle persone studia e approfondisce la materia per comprendere meglio il carattere dell’individuo.
E’ tale atteggiamento che permette a chi aiuta di intravvedere il risultato finale, ossia il benessere della persona che si trova nel bisogno.
Ecco come consiglio e guida possono, rispettosamente, portare un amico, una persona a trovare la sua soluzione, facendo forza delle sue potenzialità, delle sue capacità.

 

Lascia un commento

Archiviato in Zibaldone

Altruismo innato?

Altruismo innato?

riflessioni e note autobiografiche – agosto 2012

La parola altruismo significa dedicarsi agli altri per favorire il loro benessere.
Per me rappresenta da sempre un fuoco che arde incessantemente.
Mi sono sempre chiesto perché ho dentro di me questo fuoco che per anni ha acceso micce assai diverse, ma tutte votate al bene altrui. Chi mi conosce bene sa di che parlo.
Va detto che nella pluralità di esperienze vissute, dalle quali ho ricavato soddisfazioni e crescita personale, ho saputo maturare una discreta resilienza. Di certo ho pagato spesso di persona – non solo economicamente – sia per ingenuità e ignoranza, sia per la forte connessione tra buoni sentimenti e ideali.
Durante le scuole medie superiori, mi pare il primo anno, l’insegnante di religione (nel 1972 non si parlava di Dio nelle ore di religione, ma di sociologia, aborto, divorzio) che era un bravo prete che si dava da fare, ci chiese quale fosse lo scopo per cui vivevamo.
Tra le uscite più tipiche, il successo professionale, metter su famiglia, avere dei figli, i soldi, la carriera, libertà dalla famiglia di origine, farsi la casa, divertirsi, ecc. , solo io dissi che lo scopo personale era quello di fare qualcosa per gli altri.
Non lo so perché lo dissi, so solo che ne fui fiero e che era quello che da sempre sentivo mio, per quanto indotto dalla educazione famigliare, materna prevalentemente.
Il mio vicino di banco, un comunista di etichetta che dava del fascista a tutti, oggi farà il contrario di sicuro, comunque un buon compagno di classe, disse a voce alta e con dispregio: “ma allora ti fai prete …”, e giù a ridere tutti.
Quella circostanza mi accompagna ancor oggi, insieme ad altre situazioni e confronti non sempre di prima qualità.
La domanda perché sono a questo mondo e perché vivo e quale è il mio scopo me la sono posta spesso senza drammi esistenziali.
Ho sempre avuto e ho tuttora molti dubbi, ma di sicuro amo trovare la finalità di una cosa. Figuriamoci se riguarda l’esistenza di una persona, nel caso io stesso.
Credo di essere molto maturato da allora, molto.
Ho la consapevolezza di essere a questo mondo non a caso e per uno scopo che è grande. E credo possa essere così per tutti.
Io sono convinto di non essermi imbattuto a caso nella esperienza delle “relazioni d’aiuto”.
In fin dei conti quello che ho scoperto in tema di “aiuto” alle altre persone, è quello che ho intimamente sempre pensato, creduto e sostenuto, e che ho praticato costantemente.
Conoscevo la finalità abbastanza distintamente, non conoscevo le teorie, le pratiche, le modalità, gli atteggiamenti e le strategie.
Mia mamma ha sempre dato esempio di essere “aiuto per gli altri”, in famiglia e soprattutto fuori della famiglia, senza far parte di una rete organizzata, ma bensì facendo rete essa stessa, anarchica, ma nel contempo fedele alla morale delle regole.
Ho emulato dapprima mia madre, modificando in più riprese molti pregiudizi, emesso a frutto il vissuto fatto di esperienze tutte importanti compreso i molti errori.
Ho poi proseguito e proseguo oggi più che mai nel vivere l’altruismo convinto però che –oggi più di sempre – servono abilità e mente aperta anche nel voler fare del bene.
Innanzitutto fare del bene significa volere il bene degli altri, non quello che crediamo noi.
C’è da stare attenti anche ai ruoli e alle vere esigenze che si presentano, ci sono persone che non vedono l’ora di scaricare le proprie responsabilità sul primo “disponibile” che si presenta; così come ci sono molti generosi che segretamente, ma neanche tanto, di sicuro megalomani o arroganti, stimolati da una immagine di apparente altruismo, non vedono l’ora di fare il buon samaritano.
Credo che per fare il bene degli altri, vicini o lontani che siano, non serva essere degli eroi. Serve essere delle persone che – per prime – ci tengano a far sì che la propria vita sia migliore giorno dopo giorno.
Queste persone non sono egoiste se fanno qualche cosa per svilupparsi gradualmente.
Servono queste persone, che fanno esperienza su di sé e che, nel rapportarsi con gli altri, sanno parlare di qualcosa che hanno vissuto in prima persona.
Allora avremo un altruismo autentico, in cui si vive appieno la propria vita e si riesce ad essere aiuto costruttivo e rispettoso per gli altri.

 

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Zibaldone

Confesso di essere papà

“Confesso di essere papà”

Riflessioni dell’agosto 2012

Di certo il compito di un padre non finisce mai. Anche diventati grandi, i figli cercano in un modo o nell’altro la figura paterna. Questo perché ne hanno bisogno, sentono di dover riferirsi ai suoi pareri o consigli. Anche se il padre non sempre stato presente, o è mancato proprio nei momenti chiave, o è pieno di difetti, è portatore in sé di esperienze tutte utili. Per questo i figli un po’ per curiosità, un po’ per necessità lo cercano.
Ed è propria questa consapevolezza che sento, in particolare oggi che il mio unico figlio è cresciuto e sta cercando la propria strada, in autonomia e libertà.
E’ libero, può scegliere, eppure cerca la mia presenza come non mai.
Io sono felice di esserci.
Non sempre ci riesco o ci sono riuscito in passato. Ho comunque deciso di lasciar andare i sensi di colpa per quanto non fatto un tempo e di guardare piuttosto all’oggi, puntando a una presenza assidua nella quantità, ma soprattutto di qualità, ossia fatta di ascolto e attenzione. E’ il modo per dimostrare a mio figlio quanto è importante per me. Se in passato non avessi colto delle opportunità, ora voglio coglierle assolutamente.
Un altro aspetto non sempre valorizzato è il rispetto tra genitori. Da parte mia non c’è sempre. Invece desidero ridare slancio a tale dimensione di reciprocità, che va enfatizzata perché da questo dipende la situazione di serenità e accoglienza in cui un figlio può trovare incoraggiamento e stima di sé, oltre che fiducia e rispetto.
Il dialogo è la grande novità di questi anni. Ne sono sicuramente un vero artefice. Attenzione non mi riferisco al “parlare a vanvera” o al “parlarsi addosso” tipici di molte coppie o famiglie. Sto facendo riferimento all’ascolto reciproco e non svogliato, alla dimensione verbale di prima qualità, al confronto, all’interessarsi uno dell’altra persona, senza pretese. Da qui non può che derivare l’incentivo alle relazioni efficaci. Ricordiamoci che vivere significa “essere in relazione”.
Ho riscoperto, grazie alle esperienze fatte e ai confronti con molte persone, grazie anche al confronto ripreso con mia moglie, l’autorevolezza del padre. Ho sempre pensato fosse una cosa superata o di altri tempi. Invece è quanto mai necessaria. Il figlio se lo aspetta l’autorevolezza, ossia la capacità di rappresentare un ruolo chiaro di guida, amicone quando serve, giocherellone quando serve, ma sicuramente normativo e direttivo di fondo. Qualcuno deve dettare le regole e questo spetta al padre, il quale lo può fare anche con pazienza, calma, accoglienza, tolleranza. Non è certo gridando o avendo atteggiamenti compulsivi, se non scatti di rabbia, che si fa educazione. E non solo verso i figli.
Da qui derivano esigenze di “valido modello di riferimento” che non è solo la componente sessuale (maschile), ma anche e soprattutto l’essere di esempio, ossia che quanto è trasmesso sia anche praticato da chi trasmette. Quindi modello autentico, credibile e attrattivo.
Fare da educatore è un mestiere che mi ha sempre affascinato. Il primo luogo dove si può applicare è proprio in famiglia. Anch’io come la maggior parte delle persone ho pensato, ma pensavo, ora penso diverso, che fosse un compito di terzi (società, insegnanti, catechisti, animatori, ecc.). No! E’ compito precipuo dei genitori. E come padre? E’ assolutamente importante che il padre provi, come può, ma provi a dire quello che secondo lui va bene o non va bene, a cominciare dalle cose più semplici della quotidianità.
Credo sia poi importante, come ho ripreso a fare, il ritagliare momenti spontanei di ritrovo come famiglia, piccola o grande che sia, allargata o non allargata, al fine di vivere insieme attività. Esempi ve ne sono tanti, ma se guardo alla mia realtà vedo che la cosa che va per la maggiore in questi mesi è il dialogo e la discussione su argomenti i più svariati. Poi c’è la condivisione di piccoli lavoretti, nel giardino come nella casa di montagna. Poi c’è l’approfondimento dei problemi dei singoli. Poi le ultime news ricavate da internet. Poi l’evento importante appena capitato in città oppure in Nord America. Di sicuro non ci manca questa dimensione.
Una delle cose che ci accomuna di più, è la lettura di libri. E’ interessante come quello che interessa uno di noi, dopo un po’ è almeno affrontato dagli altri, come un contagio. E poi ne parliamo. Mi piacerebbe ritrovare uno spazio in cui leggiamo insieme a voce alta, ma forse mi aspetto troppo.
Mio figlio: lo guardo spesso intensamente negli occhi.
Qualche tempo fa mi diceva: “Perché mi fissi?”; oppure “che c’è?”; ancora “devi dirmi qualcosa?”.
Da un po’ di tempo è uno sguardo reciproco, perdurante. So che gli trasmetto apprezzamento e incoraggiamento e questo non gli può che fare bene, per se stesso. Ciò fa bene anche a me, suo padre.
In quei brevi istanti in cui gli sguardi si penetrano vicendevolmente in profondità, mi pare che il mondo si fermi, mi pare non esista più nulla. Sento una gioia incredibile che mi fa volare altissimo, con lui. E’ come una “energia che da noi s’irradia, una luce dorata che riveste d’oro tutto quello che sta intorno”.
Ed è in quegli istanti che mi sento profondamente “papà”.

 

Lascia un commento

Archiviato in Zibaldone

No, le convinzioni no

No, le convinzioni no

Cenni autobiografici giugno 2012

Fin da bambino ho iniziato a racimolare importanti punti fermi, regole e principi anche di alto profilo, com’è giusto che sia.
Quanto è capitato a me, è pure successo – ovviamente – a migliaia di bambini.
Il fatto è che a queste cose non diamo ancora l’attenzione necessaria, e che molti di questi punti fermi sono poi divenuti credenze e convinzioni, che hanno ispirato i comportamenti e quindi la vita di ragazzo, giovane e poi adulto.
“Prima il dovere e poi il piacere”. “Prima di tutto vengono gli altri”.
“Chiedi sempre permesso”. “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.
“Sii buono, mai rispondere male”. “Sii rispettoso”.
“Non mi piacciono i bambini che fanno i capricci”.
“Sei un ometto, non devi piangere”. “Non arrivare mai in ritardo”.

“Il silenzio è d’oro”. “Meglio evitare di litigare”. E così via.
Spesso sono luoghi comuni, modi di dire, ma comunemente modellano il carattere di una persona, per quanto in erba.
E così è stato anche per me. A forza di sentirselo dire, per un malinteso senso di bontà, sfido chiunque a non diventare crociato del rispetto a tutti i costi o ardito alfiere del buonismo.
Peccato che il buonismo non sia una pratica salutare, per nessuno.
Con tale qualità non si cresce, perché si è paurosi, di non essere accettati, di essere giudicati male e di fare male agli altri. Tutto ciò in risposta ad un livello basso di stima per se stessi.
E allora piano con le convinzioni che abbiamo, che ci sono state date in eredità o inculcate da piccoli.
Prendiamole in esame con coraggio e cerchiamo di capire se ci fanno bene o male.
Non siamo obbligati a tenerci dei condizionamenti, chiarito che si basano su un terreno argilloso.
Infatti, se lo vogliamo, possiamo farci parte attiva, per modificare le nostre convinzioni, e valorizzare quelle veramente importanti e che ci fanno stare bene.

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Zibaldone

Camminando [Kahlil Gibran]

“Per giungere all’alba non c’é altra strada che la notte”

(Schio –  maggio 2012)

Lascia un commento

Archiviato in Aforismi e molto altro